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6.1 Cârvâka.

 

    Abbiamo utilizzato il termine cârvâka [1] per indicare l’indirizzo materialistico nell’antica filosofia indiana, ma in India viene spesso usato anche il termine lokâiata, che sta a significare l’atteggiamento di chi vive seguendo esclusivamente i sensi, sia come fonte di conoscenza sia come criterio di giudizio. E altresì viene impiegato il termine nâstikâ, che significa “coloro che negano” [2], in quanto asti è colui che crede nella divinità, nâsti quello che non crede. Ciò che viene negato dai cârvâkâ è soprattutto l’autorità dei Veda e con essi di tutto il ritualismo e le credenze che essi comportano e prescrivono. Quindi i termini cârvakâ, lokâyatâ e nâstikâ indicano tutti la categoria degli atei materialisti, ma il primo è quello che ha un significato più propriamente filosofico. Di questa filosofia, abbastanza vicina alla dottrina degli elementi di Empedocle per un verso e all’atomismo di Leucippo, Democrito ed Epicuro per un altro, si sa molto poco e nessun opera organica scritta ci è pervenuta [3]; le poche notizie sul cârvâka ci giungono pertanto prevalentemente dai suoi detrattori. Nel periodo classico pre-induista si pensava ad un certo Brihaspati quale fondatore del materialismo, identificandolo curiosamente con uno degli dèi vedici che portava tale nome [4]. Risulterebbe che un certo Ajita Kesambalî sostenesse che il corpo dell’uomo si decompone dopo la morte nei quattro elementi (terra, acqua, fuoco ed aria) mentre la le sue facoltà intellettive si disperdono nello spazio (l’âkâsha), quale quinto elemento [5].

    L‘indirizzo di pensiero cârvaka ha pertanto una concezione del mondo decisamente materialistica, secondo la quale l’unica realtà è costituita dalla materia, alla quale sono riducibili anche gli aspetti cosiddetti “spiritualistici” dell’esistenza. Contro di esso si sono schierate tutte le dottrine filosofiche (anche quelle atee come il Gianismo e il Buddhismo) [6] e tutte le religioni, a testimonianza del fatto che il contesto indiano era (e rimane a tutt’oggi) fortemente anti-materialistico. Ma un aspetto estremamente interessante dell’antico materialismo indiano è la sua base pluralistica; la dottrina degli “elementi cosmici” (bhûtavâda) prevede infatti un universo increato ed eterno, costituito da una pluralità di elementi-base, dai quali, per combinazione, derivano tutte le realtà esistenti.

       Il materialismo cârvaka pone una realtà plurale e considera il mondo come il frutto di una serie di elementi-base immortali dai quali, per combinazione, derivano tutte le cose esistenti e gli esseri viventi. Reale è pertanto solo ciò che si offre ai sensi e pertanto la vera conoscenza (come per Epicuro) è tutta nelle sensazioni e non in processi intellettuali che ne prescindano.  Negata ogni entità soprannaturale e ogni principio cosmico al di fuori dei materiali elementi-base viene così a mancare anche ogni elemento etico ed ogni processo karmico di salvazione [7]. Tutto ciò che è e avviene segue la natura che lo determina e lo concerne in quanto aggregato materiale. Per il cârvâka tutte le teologie sono un puro inganno, come lo sono le filosofie salvifiche basate sul samsâra (la trasmigrazione delle anime), poiché la vera liberazione dal male avviene solo con la morte, che tutti rende uguali, che tutto azzera e livella. Né  l’anima individuale esiste realmente ed il pensieri e i sentimenti derivano soltanto da una particolare combinazione degli elementi.

    Da tale impostazione concettuale deriva un’esaltazione dei sensi e dei piaceri che da essi derivano, quale unico scopo sensato del vivere; si tratta quindi di un edonismo assai vicino a quello dei Cirenaici nell’ambito greco. Il Cârvâka è stato pertanto un interessantissimo caso di ateismo radicale nell’antica filosofia indiana, forse con una non trascurabile influenza sociale nel mitigare, irridendoli, alcuni eccessi spiritualistici. Purtroppo esso ha inciso abbastanza marginalmente sulla cultura filosofica indiana quale è pervenuta sino a noi, forse anche perché troppo incline a “realizzare” una filosofia edonistica nella vita corrente piuttosto che teorizzarla e “scriverne”. Da ciò la scarsità di elementi informativi intorno ad esso, sia per quanto riguarda i dettagli teoretici sia per quanto riguarda i tempi e i luoghi in cui si è espresso, nonché relativamente ai personaggi storici che ne sono stati fautori. I materialisti cârvâkâ venivano anche definiti come sostenitori della “teoria del taglio netto” (uccheda-vâda) esistenziale. In base ad esso la morte rappresentava infatti l’irrimediabile e definitivo “taglio” con la vita per ogni essere vivente.

    Uno dei primi sostenitori della visione cârvaka, come già abbiamo detto, stando ad un passo del Samannaphalasutta (parte del Dîganikâya), sarebbe stato Kesambalî, secondo il quale il corpo, dopo la morte, si sarebbe decomposto nei quattro elementi classici (terra, acqua, fuoco ed aria), mentre il suo intelletto si sarebbe disperso in un ulteriore quinto elemento: lo spazio (âkâsha). A questo proposito il Tucci riporta un passo del Dîganikâya (XXIII, 14) in cui Kesambalî (che intende negare il ciclo samsarico e la reincarnazione), dovendo rispondere alla domanda relativa a che cosa ne sia dell’anima dopo la morte, risponde:

 

[…] «Allora, o signori, dopo aver gettato quest’uomo vivo in un otre, dopo avere a questo chiuso la bocca, dopo averlo coperto con pelle fresca, dopo aver fatto (sopra a lui) una spessa cementatura con umida creta, dopo averlo collocato in un forno, ponete fuoco». E quelli dopo aver acconsentito (dicendo): «va bene» (c.s.) pongano fuoco. Quando noi conosciamo che quest’uomo è morto, allora, dopo aver tirato giù quell’orcio, dopo averlo liberato dall’involucro e dopo avergli aperto la bocca,  celermente guardiamo pensando: «Forse noi possiamo vedere la sua anima». Ma noi non vediamo alcuna anima che esce. Questa appunto, o Kassapa, è la prova per la quale io penso: «Anche così non c’è un altro mondo, non ci sono esseri opapatika, Non c’è frutto e maturazione delle cose buone e cattive»

[…] Immagina o Kassapa che alcuni uomini avendo afferrato un ladro che ha commesso peccato me lo presentino (dicendo): «Eccoti un ladro, o signore, che ha commesso peccato; a costui infliggi quella punizione che desideri». Così allora io risponderei. «Allora, o signori, private della vita quest’uomo, maciullandogli la cute, la pelle, la carne, i nervi e la midolla». E quelli dopo aver acconsentito dicendo: «va bene» maciullandogli la cute … lo privino della vita. E quando egli è mezzo morto così io dico: «Allora, o signori, distendetelo supino: forse possiamo vedere la sua anima (jiva) mentre che esce fuori». E quelli distendono quell’uomo supino, ma noi non vediamo l’anima uscire. Allora io dico: «Distendete quell’uomo con la faccia verso terra, … distendetelo su di un fianco, … distendetelo sull’altro fianco, … fatelo stare in piedi, … fatelo stare con la testa in basso, … colpitelo con la mano, … colpitelo con una zolla, … colpitelo con un bastone, … colpitelo con una spada, … agitatelo, … maltrattatelo, … scuotetelo; forse possiamo vedere la sua anima mentre esce fuori.» Ed essi quell’uomo agitano, maltrattano, scuotono, ma noi non vediamo la sua anima uscire. […] [8]

 

    La scuola materialistica si asteneva perlopiù dall’assumere posizioni teoriche, essendo il suo atteggiamento di carattere eminentemente pragmatico e concernente piuttosto le problematiche del vivere sociale, ma va peraltro osservato che i Veda stessi (a parte la loro l’enunciazione dei miti originari, della liturgia e la codifica di testi e procedure rituali) non avevano per nulla le connotazioni mistiche che caratterizzeranno più tardi le Upanishad. Quindi l’atteggiamento ateo e materialistico, nel suo accostare le scienze politiche e sociali, riprendeva tutto sommato l’antica tendenza antispeculativa del brahmanesimo primitivo. In un certo senso le scuole materialistiche indiane si approssimavano anche ad un certo immoralismo finalizzato a prevalere in campo sociale e nella sfera del potere, secondo moduli comportamentali non molto lontani dal machiavellismo rinascimentale. Il Tucci rileva rapporti abbastanza stretti da parte di alcune correnti materialiste con la dandaniti, la scienza della politica, che si occupava del vivere sociale nei suoi aspetti e nei suoi effetti reali e concreti, senza alcun interesse escatologico relativo a problemi che vadano al di là delle esperienze correnti della quotidianità. Si accompagnerebbe allora al materialismo anche un certo modo di far politica, basato sulla sagacia e sull’assenza di scrupoli, sì da ricordare, appunto, i modi del Principe di Machiavelli. Tale materialismo in politica, sarebbe stato impersonato da un certo Kautilya, cancelliere di Candragupta, il potente sovrano Maurya, il cui regno si estese nella prima metà del IV sec.a.C. dall’Indo al Bengala. Kautilya è considerato autore dell’Arthasāstra, un trattato di politica in cui non mancano riferimenti al materialismo lokâiata come metodo di ricerca del successo. Per altro verso i materialisti ci vengono anche dipinti da alcuni testi antichi come dei maestri nell’argomentazione, esperti nelle discussioni complesse e cavillose, ricorrenti ad un tipo di dialettica volta alla confutazione degli avversari, non dissimile quindi da quella dei sofisti greci.   

    Sul piano strettamente teoretico il cârvaka non ci offre quindi formulazioni vere e proprie, ma poche idee guida semplici e chiare, che possono essere riassunte nei termini che seguono: a) non esiste alcuna divinità creatrice o reggitrice del mondo, b) questo non è stato creato da nessuno ed esiste da sempre, c) la morte nullifica l’individuo, poiché l’anima e il corpo sono la stessa cosa, d) non vi è nessun sistema di ricompense o castighi che possa riguardare un destino umano oltre la morte, e) le uniche fonti di conoscenza sono i nostri sensi e lo scopo della vita è il loro soddisfacimento [9].

 



[1] La parola ha un etimo incerto. Nota il Glasenapp (Filosofia dell’India – SEI 1988 – p. 101) che secondo alcuni potrebbe derivare dalla radice verbale “carv” (masticare), a indicare chi mangia con piacere, secondo altri deriverebbe da “câru-vâka (che parla piacevolmente), a significare una dottrina gradita ai più. Altri ancora ritengono che Cârvakâ potrebbe essere stato il mitico fondatore della dottrina. 

[2] Il Glasenapp cita un antico testo vedânta (il Mokshadharma, XII,218,8) in cui si legge: «I nâstikâ affermano che l’anima non è altro che il corpo stesso.».

[3] Hans Wolfgang Schumann nel suo Il Buddha storico (Salerno Editore 1986 – p. 52) cita un opera di ispirazione materialistica composta nel VI sec. a.C. dal titolo Barhaspatisûtra, di cui ci sono pervenute soltanto alcune citazioni frammentarie.

[4] Helmut von Glasenapp  Filosofia dell’India - SEI 1996 – p. 101. L’autore cita anche la seguente frase a lui attribuita: «Tutta la teologia non è che un inganno per colui che conosce il mondo.» (ivi p.102 e nota 12 p.200)

[5] Glasenapp op.cit. – p.100.

[6] Il Glasenapp rileva che già nella Bhagavad-Gîtâ (circa VII sec.a.C.) veniva combattuto il materialismo (4, 40, 16, 8 e segg.).

[7]  Il Glasenapp (op.cit. p.272) così sintetizza l’etica cârvâka: «I precetti dell’etica, sanzionati dai Veda o da un’altra autorità religiosa, sono delle opere umane inventate da sacerdoti o da monarchi, come mezzo per dominare gli sciocchi. Uno spirito forte sa che non vi è nulla al di fuori della percezione sensibile: l’unico inferno che esista è il dolore fisico, l’unico dio supremo, un re potente, l’unica liberazione, l’annientamento del corpo che avviene con la morte. Perciò il pieno godimento dei sensi è il solo scopo della vita: chi è scaltro, dunque, vivrà quanto più lietamente possibile e – libero da tutte le illusioni etiche e religiose, con sovrano disprezzo per quei pazzi che credono ai principi metafisici – terrà d’occhio il proprio interesse senza riguardo alcuno, finché quegli elementi “riunitisi in lui per il piacere e il dolore” non sarnno tornati nuovamente agli elementi cosmici.».

[8] Giuseppe Tucci  Storia della filosofia indiana – Laterza 1987 – p. 69-70)

[9] Rileva ancora il Glasenapp (op.cit. p.103) che oltre ad un materialismo grossolano (dhûrta),  peraltro prevalente, la tradizione ne riconosce anche un altro più raffinato (sushikshita), che ipotizzava un sesto elemento (spirituale) nel corpo umano, concernente la psiche individuale. Ma anche questo era strettamente connesso al corpo e pertanto, come esso, mortale.